giovedì 6 dicembre 2012

L'Arte dei pasticceri veneziani

"Scaleter" è il termine col quale si indicavano i pasticceri a Venezia. Il nome deriva da alcuni dolci che si producevano in occasioni di feste particolari o matrimoni: erano come cialde con impressi dei segni simili a gradini di una scala.
La prima sede dell'Arte fu nella chiesa di S. Fantin, dove ancora oggi è custodito il loro stendardo con l'immagine di San Fantino, loro protettore. Poi passarono ai Frari e a S. Paternian. Nel Settecento ebbero ospitalità presso la magistratura del Fontego della Farina, a Rialto. Alla fine della Repubblica erano presenti in città 59 botteghe.
Come ogni mestiere aveva delle regole severe: si doveva lavorare quattro anni come garzoni, poi altri sei come lavoranti e infine si poteva affrontare la prova per diventare maestri di bottega; se bocciati bisognava continuare per altri due anni come lavoranti e poi si poteva ritentare. Tra le varie prove si ricordano: "impastar et cucinar dodici savoiardi, dodici pani di Spagna, dodici bozzoladi del Zane, dodici bozzoladi caneladi col marzapan e dodici sfogiade tutti da due soldi l'uno con dodici storti e dodici scalette".
Il Levi segnala che nella loro mariegola (statuto) si trovano alcune disposizioni curiose: "che niun Scaleter ardisca di lavorare o far lavorare in pasta done, cavali, gali, oseli, calisoni ne cesteli".

venerdì 23 novembre 2012

L'ingiusta condanna a morte di Antonio Foscarini

Lungo il rio terà Foscarini, popolarmente detto degli alberetti, sorgeva un palazzo Foscarini, abbattuto nell'Ottocento con l'interramento del rio. Vi abitò il Cavaliere Antonio Foscarini, senatore e ambasciatore di Venezia in Inghilterra e in Francia.
Antonio era l'amante della contessa Alathea Talbot di Arundel and Surrey, consorte di Thomas Howard, Maresciallo d'Inghilterra, che risiedeva a palazzo Mocenigo a S. Samuele. Lì si recava il Foscarini, di nascosto, ogni sera. L'abitazione della Contessa era frequentata da molte personalità, tra esse il segretario dell'ambasciatore di Spagna, stato col quale Venezia non aveva buoni rapporti.
Il Foscarini venne arrestato con l'accusa di aver svelato al segretario spagnolo i resoconti delle sedute segrete del Senato. Fu interrogato per cinque ore, chiuso in carcere e condannato a morte. Era il 20 aprile 1622. Se solo avesse confessato il vero motivo delle sue visite...
Il 22 agosto dello stesso anno il Consiglio dei X ordinava l'arresto di un tale Girolamo Vano. Costui era stato il teste principale  a carico del Foscarini. In carcere Vano confessò e indicò, nella persona di Giulio Cazzari, la vera spia.
Il 16 gennaio 1623, la Repubblica proclamava solennemente il proprio errore e l'innocenza di Antonio Foscarini.
Il suo corpo venne riesumato e Venezia ne onorò la memoria con un funerale di stato, dedicandogli poi la lapide che ancor oggi può essere letta sulla sua tomba, nella chiesa di San Stae.

domenica 11 novembre 2012

Il Teatro di San Cassiano

Il Teatro Vecchio di San Cassian venne realizzato da Alvise Michiel nel 1580. Francesco Sansovinon afferma che era di forma ellittica, in legno, e ci operava la Compagnia dei Gelosi.
Era situato all'interno di una piccola corte, dietro al campanile dell'omonima chiesa, ma alla fine del secolo risulta già chiuso. Poco dopo nacque il Teatro Nuovo di San Cassian, gestito da Ettore Tron, che nella denuncia delle tasse scrive: "Un luoco da recitar del quale al presente non si cava niente". Era situato dove ora si trova il giardino di Palazzo Albrizzi, alle Carampane.
F. Sansovino lo descrive di forma rotonda, con gradinate per gli spettatori e la compagnia che vi recitava si chiamava "dei Confidenti". Nel 1629 un incendio lo distrusse completamente; la ricostruzione fu molto lenta a causa della peste del 1630; fu riaperto solo nel 1636 con un dramma musicale; la struttura non era più in legno ma in pietra, a ferro di cavallo con cinque ordini di palchi. Furono rappresentate opere di Francesco Cavalli e anche un'opera di Claudio Monteverdi.
Interessanti e curiosi erano alcuni comportamenti del pubblico a teatro.
Al comparire dell'attrice preferita, oltre alle grida di gioia si declamavano poesie in sua lode e dai palchi si lanciavano fiori, dolci e colombe. In una serata in onore della ballerina Grisellini, La Farinella, furono lanciati in platea pernici, anatre e fagiani, e la rappresentazione si trasformò in una battuta di caccia!
Il Teatro inoltre risultava utile per esercitarsi al tiro al bersaglio: infatti il pubblico dai palchi lanciava mozziconi di candela sulla genta in platea!

mercoledì 31 ottobre 2012

Palazzo Grassi e il Cavalier Servente

Palazzo Grassi sorge a fianco della Chiesa di San Samuele, sul Canal Grande. I Grassi erano d'origine bolognese, presenti a Chioggia già dalla fine del 1200. Nel Seicento furono iscritti nel "Libro d'Argento" come cittadini veneziani e ottennero il patriziato nel 1718, pagando una somma di 60.000 ducati. Nel 1732 "in data 12 maggio, i patrizi Giovanni e Angelo Grassi acquistarono per 22000 ducati, dalla famiglia Tribellini, le case poste nella contrada San Samuele, sopra il campo".
Sull'area di quelle case, poi abbattute, sorse, non senza difficoltà, il Palazzo Grassi. L'incarico fu dato all'architetto Giorgio Massari nel 1748 e fu terminato nel 1772, anno del matrimonio tra Giovanni Grassi e Margherita Condulmer. Il 20 gennaio 1779, Margherita si ritirò nel monastero di S. Lucia. Il motivo fu il divieto avuto dal marito di avere per cavalier servente il nobiluomo Giacomo Dolfin, giovane di bell'aspetto e assai istruito.
Il Cavalier Servente era un figura tipica del Settecento. Ogni nobildonna maritata che si rispettasse doveva averne uno e la presenza del cavalier servente era addirittura patteggiata nei contratti nuziali. Questa figura era anche chiamata "cicisbeo", termine che deriva da "cicisbeare", anticamente usato per "bisbigliare"; ancora oggi il bisbigliare spettegolando delle donne viene a volte indicato come "fare cicì e cocò". Ma forse invece deriva dal greco "cicys" (forza) e "sbeo" (estinguere, spegnere), nel senso di "effeminato".
Il cavalier servente andava al mattino a svegliare la dama, ad augurarle buon giorno, a servirle la colazione e ad aiutarla ad allacciarsi il busto. Poi la portava a passeggio, quindi a teatro o al ridotto, infine la riaccompagnava a casa, ad aspettare che si addormentasse...

venerdì 19 ottobre 2012

San Samuele e i terrazzi alla veneziana

La chiesa di San Samuele fu fondata verso l'anno Mille con il contributo della famiglia Boldù. Nel periodo gotico subì varie trasformazioni, finché nel Seicento venne profondamente ristrutturata.
La Chiesa mantenne il titolo di parrocchia fino al 1810, quando fu destinata ad oratorio della Chiesa di Santo Stefano.
Il campanile risale al XII secolo e conserva intatta la sua struttura originaria, con la cuspide a forma piramidale. L'edificio a ridosso del campanile era già presente nel Settecento ma fu ristrutturato e ampliato nel 1915 dal pittore Sezanne.
Come tutte le chiese cittadine, anche quella di San Samuele ospitò, in passato, molte Scuole d'Arte, tra queste ricordiamo la Scuola dei Terrazzeri. La Scuola dei fabbricatori di pavimenti era stata fondata nel 1370 ed era unita con quella dei Mureri (muratori), dai quali si divisero nel 1583.
I solai veneziani sono costituiti di travi d'abete o di larice, disposti paralleli lungo il lato più breve della stanza. Poi sopra i travi portanti si posizionano dei tavoloni d'abete che sorreggono la pavimentazione vera e propria, pavimentazione che deve sopportare, senza danno, le vibrazioni e le oscillazioni delle case veneziane, costruite su pali di legno.
Questo pavimento è il tipico "terrazzo alla veneziana". E' costituito da un sottofondo composto da un impasto di cotto macinato e calce di circa dieci, quindici centimetri di spessore, posto direttamente sopra le assi del solaio. Sopra il sottofondo è steso il pavimento vero e proprio, formato da pezzi di marmo colorato, a volte anche con lapislazzuli e madreperla, seminati a mano, uno ad uno, come in un mosaico.

giovedì 4 ottobre 2012

La caccia dei tori

D'origine antichissima ed incerta, si rinnovò per secoli ad ogni Carnevale, non solo nei campi più spaziosi ma anche, in occasioni straordinarie, in Piazza San Marco.
Le cacce ai tori si realizzarono fino al 1802, quando in Campo Santo Stefano, a causa del panico provocato da un toro imbizzarrito, crollò una gradinata costruita per l'occasione davanti a Palazzo Morosini e ci furono morti e feriti.
La festa era organizzata in modo sapiente e con regole precise da un uomo ricco di spirito oltreché di denaro, che conosceva le leggi e le buone maniere. Sua primaria urgenza era quella di chiedere al parroco di zona il permesso di svolgere la caccia.
Risolti gli aspetti burocratici, si pubblicizzava la data attraverso una sorta di manifesto affisso nel campo. Da quel momento in poi tutti coloro che abitavano o lavoravano in zona si prodigavano per il buon esito della festa. I proprietari dei palazzi prospicienti sul campo affittavano i propri balconi; i commercianti si rifornivano di merci ed erano garantiti buoni affari per tutti i luoghi di mescita del vino.
Gli attori che davano vita alla festa erano per lo più macellai, garzoni di bottega e gondolieri. Costoro sceglievano presso il macello i buoi di più fiero aspetto, tanto da giustificarne il nome di toro a loro dato. Il giorno della festa gli animali erano condotti nel campo; già l'arrivo era motivo di ilarità: scivolavano dalle barche, scappavano o cadevano in acqua.
Ma in cosa consisteva il gioco vero e proprio? I tiratori reggevano lunghe corde legate alle corna del bue per evitare che i cani addestrati azzannassero le orecchie dell'animale. In pratica era un gioco di tira e molla con i cani che aizzavano i buoi.
Questi giochi suscitarono perfino l'interesse di Torquato Tasso. Egli infatti assistette da un caccia ai tori in onore di Enrico III di Francia e nella Gerusalemme Liberata paragona Clorinda, che si sottrae ai cavalieri cristiani, al bue che si sottrae ai cani:
Tal gran tauro talor ne l'ampio agone
se volge il corno ai cani ond'è seguito
s'arretran essi; e s'a fuggir si pone
ciascun ritorna a seguitarlo ardito
 

giovedì 27 settembre 2012

"No se sa mai, un mal de note..."
("Non si sa mai, un male di notte...)
Intercalare ironico tipicamente veneziano. Lo si dice quando si voglia prendere per precauzione un qualche cosa che nulla abbia a che fare con i mali che possano capitare d'improvviso. Ad esempio, chi si portasse un libro per leggere prima di addormentarsi, potrebbe sentirsi dire da un amico: "No se sa mai, un mal de note...".
A proposito di notti e delle attività ad essa connesse, ci piace raccontare quel che successe a Giotto. Un amico del sommo pittore era andato a trovarlo nella sua casa ad aveva così avuto modo di osservarne i figli. E fu così che trovò il coraggio di chiedere a Giotto per quale motivo i suoi dipinti fossero tanto belli ed i suoi figli invece così brutti.
A tale domanda Giotto rispose in modo adeguato e pertinente, dicendo che tutto era così accaduto perché i dipinti li faceva di giorno ed invece i figli li aveva fatti di notte.

lunedì 17 settembre 2012

Morosini: palazzi, dogi, amanti e gatti

Palazzo Morosini fu portato in dote da Laura Priuli, vedova di Francesco Malipiero, quando sposò Pietro Morosini, rimasto vedovo di Maria Morosini.
La sontuosa dimora era composta da due edifici separati da un cortile interno; le facciate di terra e di acqua presentavano caratteri diversi e quella sul campo era affrescata da Antonio Aliense.
A fine Settecento, Gianantonio Selva aveva rimodernato l'intero edificio che raccoglieva armi, trofei, sculture e dipinti preziosi. Tra i suoi ospiti si ricorda Casanova, amico di Lorenzo II Morosini. Tra i due era nata una sincera amicizia e lo stesso Lorenzo invitava Casanova a frequentare il suo casin in Calle Casselleria, dove il Morosini incontrava l'amante, Paolina Stratico, sorella del suo professore!
I tesori di Palazzo Morosini furono dispersi nell'asta del 1894. Diverse opere si trovano oggi al Museo Correr e a Ca' Rezzonico; mentre l'affresco di G.B. Tiepolo "L'apoteosi del Peloponnesiaco" si trova a Milano, in Palazzo Isimbardi.
Naturalmente il personaggio più illustre della famiglia fu Francesco Morosini. Francesco veniva descritto come uomo di alta statura, carnagione chiara, occhi azzurri e capelli biondo rossicci, particolare comune a vari membri della famiglia.
Il futuro doge si fece valere nella guerra di Candia e nella famosa riconquista del Peloponneso (durante la quale fece bombardare il Partenone di Atene che i Turchi avevano trasformato in polveriera). L'elezione al dogado avvenne nell'aprile 1688, mentre Francesco era ancora impegnato nella campagna del Peloponneso. Solo alla conclusione dell'impresa tornò in città, dove venne accolto in modo trionfale l'11 gennaio 1690.
Morosini però è ricordato anche per alcune sue particolarità: era molto ambizioso, facile all'ira ma anche al perdono; non accavallava mai le gambe, considerandolo gesto poco dignitoso, mangiava con posate d'argento dorato, e amò a tal punto il suo gatto che alla sua morte lo fece imbalsamare!

lunedì 10 settembre 2012

Antichi mestieri veneziani: pistori e calegheri

La chiesa di Santo Stefano a Venezia ospitò per un certo periodo la Scuola dei pistori (fornai).
I fornai erano molto abili nel confezionare il pan-biscotto, elemento indispensabile sulle navi che trascorrevano in mare settimane quando non mesi. Così dal 1402 il Consiglio dei X permise loro di radunarsi prima nella Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo e poi a Santo Stefano, più vicino ad alcune loro proprietà immobiliari.
Un'altra confraternita si radunava in quella chiesa già dal 1383: i calegheri (calzolai).
Non era una vera e propria Scuola d'Arte, ma piuttosto di assistenza e devozione, riservata ai calzolai operanti in Venezia in caso di malattia, per questo motivo dipendeva direttamente dai Provveditori sopra gli Ospedali.
Nel 1482 un membro della confraternita, Enrico Corrado, donò alla Corporazione un edificio in Calle delle Botteghe (n.c. 3127-3133); qui ebbero la loro sede, contraddistinta da alcune calzature scolpite sui pilastri, e il loro ospedale. Una lapide ricorda un restauro secentesco. Molto eleganti i due bassorilievi con le raffigurazioni di calzature e il rilievo con l'Annunciazione sopra il portale d'ingresso.
Piccola curiosità: dal 1737 tutti i calegheri che risiedevano in città dovevano accorrere sul posto dove scoppiava un incendio. Muniti di spago, cuoio ed altri strumenti del mestiere erano a disposizione per riparare eventuali guasti alle manichette delle pompe dell'acqua.

domenica 2 settembre 2012

“Mio caro, niente di quello che ho sentito di Venezia può evocare la sua magnifica e stupenda realtà. Le immagini più fantastiche delle Mille e una notte non sono nulla in confronto a Piazza San Marco e all’impressione che si prova una volta entrati nella chiesa. La reale magnificenza di Venezia va oltre la più stravagante fantasia di un sognatore. L’oppio non riuscirebbe a creare il sogno di un luogo simile, e nessuna suggestione potrebbe creare le sembianze altrettanto incantevoli. Tutto quello che avevo sentito, letto o fantasticato su Venezia è lontano mille miglia. Sai che quando le aspettative sono alte tendo a restare deluso, ma Venezia è superlativa, è oltre, è al di fuori dell’immaginazione umana. Non è mai stata considerata a sufficienza. Solo a vederla piangeresti”

(Charles Dickens, novembre 1844)

domenica 26 agosto 2012

Benedetto Marcello musicista veneziano

Benedetto Marcello nacque il 24 giugno 1686 nel Palazzo adiacente al giardino di Ca' Vendramin Calergi. Il padre Agostino era senatore e si dilettava a suonare il violino, la madre, Paolina Cappello, era poetessa.
Come molti dei patrizi veneziani divenne magistrato, ma per passione personale e, si dice, per rivalità col fratello maggiore, si dedicò allo studio delle lettere e della musica. Fu proprio in quest'ultimo campo che eccelse maggiormente e si guadagnò un posto nella storia di Venezia. 
Nel 1720 scrisse "Il teatro alla moda" dove metteva in ridicolo il mondo dell'opera, dal poeta al compositore, dall'impresario alle cantanti, dai ballerini alle comparse. Non venne risparmiato nemmeno il giovane compositore Antonio Vivaldi per la sua presunta relazione con l'allieva Anna Giraud.
Marcello frequentava spesso il Ghetto per ascoltare e trascrivere i canti liturgici ebraici, sui quali basò il suo più famoso ciclo di composizioni: L'estro poetico armonico.
Nel 1728 sposò la giovane allieva Rosanna Scalfi, una popolana dalla voce melodiosa. Il matrimonio non fu ben visto dalla famiglia e così lui continuò a vivere a Palazzo e lei presso la madre...
Il 16 agosto di quello stesso anno gli accadde uno strano fatto: stava ascoltando messa ai Santi Apostoli quando una lastra tombale si ruppe proprio sotto i suoi piedi e si ritrovò dentro la fossa. Balzò fuori immediatamente, ma quello che poteva sembrare un banale episodio fu vissuto da Benedetto come un funesto presagio; cadde in crisi profonda e mutò stile di vita e umore. Questo comunque non impedì la creazione di opere che lo resero celebre e apprezzato.
A lui è dedicato il Conservatorio di Venezia sito in Palazzo Pisani.
Il termine "conservatorio" è nato proprio a Venezia, infatti i numerosi istituti sorti in città come i Mendicanti, l'Ospedaletto e la Pietà miravano, attraverso l'insegnamento della musica, a "conservare" i giovani onesti.

venerdì 27 luglio 2012

Il Giardino Eden a Venezia

Mister Fredric Eden, gentiluomo inglese con signora al seguito, nel 1880 acquista quello che rimane dell’antico giardino Corner sull'isola della Giudecca e vi realizza il suo sogno di bellezza e di poesia.
Trasforma il vecchio giardino in un vero paradiso terrestre dove crescono pini, cipressi, oleandri, limoni, magnolie, melograni, bergamotti, viti, viole, piante dei Tropici e verbene, ma soprattutto rose di cui il nostro gentleman ha una vera predilezione e ne pianta di ogni varietà possibile; ma nel giardino ci sono anche una vera da pozzo, percorsi lastricati e una vasca in marmo rosso di Verona.
Mr. Eden era zio di quel R. Antony Eden, che fu capo del governo britannico subito dopo Churchill, e marito di una certa Caroline, che si scopre essere nientemeno che la sorella maggiore di Gertrude Jekyll, la grande paesaggista inglese, potrebbe quindi darsi che la più famosa creatrice di giardini abbia appreso la sua arte dalla sorella e proprio qui, a Venezia.
Il bellissimo giardino giudecchino era frequentato dall’aristocrazia veneziana e dalla schiera nutritissima degli intellettuali che a cavallo tra '800 e '900 frequentavano la città. Henry James lo descrive in “Il carteggio Aspen” e per D’Annunzio è il giardino dove la Foscarina e Stelio si amano nell’ultimo capitolo de “Il fuoco”.
Mr. Eden era anche un importante imprenditore agricolo, e ai primi del Novecento stampa un libretto, allora famoso anche oltre i confini nazionali, che racconta la storia del giardino.
Dopo la morte di Fredric nel 1916, la proprietà passa alla principessa Aspasia di Grecia, nel 1927, che lo arricchirà di specie botaniche mediterranee.
Nel 1979 viene acquistato da un personaggio bizzarro, tale Undertwasser, architetto e artista austriaco, il quale riteneva che "non bisogna fare del giardinaggio, ma bisogna lasciar fare alla natura", accusato da più parti di lasciare andare in rovina il giardino egli rispondeva che "gli intrecci dei rovi e dei rami sembrano ricami"... 
Undertwasser muore nel 2000 ma da allora la Fondazione a suo nome non permette l'ingresso a nessuno.

lunedì 23 luglio 2012

Palazzo Barbaro e Palazzo Loredan

Su Campo Santo Stefano s'affacciano due interessanti palazzi.
Al civico 2947 troviamo Palazzo Barbaro, cinquecentesco, la cui facciata era ornata di affreschi attribuiti a Sante Zago, che assieme a Tintoretto fu uno dei più ferventi frescanti d'esterni veneziani. La famiglia Barbaro era originaria di Roma e prima di arrivare a Venezia, passo per l'Istria e Trieste. Fu così chiamata perché si narra che un certo Marco, mentre combatteva in Terra Santa nel 1221 a fianco del Doge Domenico Michiel strappò ai barbari il vessillo di San Marco.
Adiacente a Palazzo Barbaro si trova Palazzo Loredan. Originariamente era di proprietà dei Mocenigo e verso il rio esistono ancora resti della primitiva struttura gotica. Nel 1536 fu acquistato dai Loredan che lo ricostruirono secondo la moda del tempo, affidandone l'esecuzione allo Scarpagnino. La facciata sul Campo, semplice nella sua struttura architettonica, era stata affrescata da Giuseppe Salviati e dallo stesso Sante Zago che aveva operato a Palazzo Barbaro. Le dipinture rappresentavano virtù, grottesche, festoni e storie di Lucrezia, Clelia e Muzio Scevola.
In un secondo tempo il Palazzo fu ampliato sulla destra, con l'aggiunta di una sala da ballo; essa ebbe una propria facciata che rievoca, nel suo aspetto, lo stile del Palladio.
Nel 1809 Palazzo Loredan fu alloggio del generale d'Illiers, primo governatore francese di Venezia. Con la dominazione austriaca divenne il Comando di Città e un posto di guarda stazionava perennemente all'esterno. Sulla casa di fronte è stata posta una lapide in onore di Felice Cavallotti (Milano, 1842). Eletto deputato nel 1873, divenne portavoce di Garibaldi in Parlamento. Oltre che politico, fu anche poeta, drammaturgo, giornalista e audace spadaccino. Morì infatti a Roma nel 1898, in un duello con il deputato Ferruccio Macola, direttore della "Gazzetta di Venezia".

venerdì 13 luglio 2012

I Gabrieli musicisti veneziani

Vengono chiamati semplicemente i Gabrieli. Si tratta invero dello zio Andrea, organista della cappella di San Marco dal 1564 fino alla sua morte nel 1586, quando gli successe Giovanni, suo nipote e allievo. Quest'ultimo in particolare evolve la tradizione di Willaert (predecessore dello zio) verso uno stile più moderno che lascia spazio all'improvvisazione personale dei musicisti e dei cantori. I Gabrieli avranno un successo clamoroso in Germania dove esercitano una profonda influenza sui musicisti a venire.
Nel 1585 a Vicenza viene inaugurato il celebre Teatro Olimpico, opera di Palladio, con l'esecuzione di Edipo tiranno scritto a quattro mani da Andrea e Giovanni Gabrieli.
Giovanni era nato nel 1554 e a soli trent'anni fu nominato organista di San Marco e poco dopo anche della Scuola Grande di San Rocco. Frequentò molte corti straniere: soggiornò quattro anni presso la corte di Baviera, poi presso quella dell'Arciduca Ferdinando, dei Gonzaga a Mantova e degli Estensi a Ferrara.
Morì il 12 agosto 1612 e venne sepolto nella Chiesa di Santo Stefano davanti al primo altare a sinistra. Resterà una figura chiave nella storia della musica di Venezia.
Ascoltando il Magnificat di Giovanni Gabrieli (33 voci, 7 organi e 12 strumenti a fiato) sembra quasi di vedere le navi della Serenissima durante la battaglia di Lepanto, le vele delle galere che schioccano nel vento, le carene delle navi che si urtano e le sciabole che fendono teste.

domenica 8 luglio 2012

Giorgio Baffo, poeta erotico veneziano

Sulla facciata di Palazzo Bellavite, in Campo San Maurizio, si trovano due targhe che ricordano il soggiorno di due personaggi importanti: Alessandro Manzoni e Giorgio Baffo. Entrambi poeti ma di diversa ispirazione.
La famiglia Baffo giunse a Venezia nell'anno 827 e fu inscritta nella nobiltà nel 1297. Essi contribuirono alla costruzione della Chiesa della Maddalena e di San Secondo (nell'isola omonima) e Giorgio non perdonò mai ai suoi antenati di aver speso parte del capitale di famiglia a favore del clero. Le sue invettive contro preti e frati furono assai accese:

De povertà fè voto e castitae,
e po' ve volè tior tutt'i trastuli,
se ziogadori, puttanieri e buli,
e questa xe la vostra santitae.


La sua avversione al clero si spiega con la grande corruzione e i cattivi costumi che serpeggiavano nella Venezia del Settecento.
Giorgio nacque nel 1694 da Andrea Baffo e Chiara Querini: studiò scienze, storia e filosofia. "Fu uomo robusto e di forte complessione, sebbene piccolo di statura e grosso... Era faceto ed allegro nel parlare e trattare, facile ed affabile con tutti, egli era la delizia della conversazione, ne v'era alcun cittadinesco passatempo cui il nostro Autore non intervenisse e non rallegrase co' suoi lepidi versi ora studiati ed ora improvvisati che a gara gli dettavano le Muse e il suo libero genio".
Le poesie di di Giorgio Baffo, pur suscitando polemiche per il loro erotismo e anticlericalismo, erano lette ovunque in quanto affrontavano temi di grande attualità, quali il libertinaggio a Venezia. E Baffo, sebbene membro della Quarantia, scriveva moltissimo:

Me lambicco el cervello zorno e notte
per far sonetti grassi e buttirosi
per divertir le donne e i so morosi
ma mi fazzo sonetti e i altri fotte.


I suoi versi nascevano dall'osservazione della vita cittadina in giro per caffè, sale da gioco e bordelli:

Amigo vol contarve in t'un sonetto
la mia gran bela vita buzarada
tutta la sera vago per la strada
ma vago per toccar qualche culetto.


Baffo fu amico di personaggi illustri suoi contemporanei ed ebbe molta influenza negli anni dell'infanzia di Giacomo Casanova. Fu lui infatti che convinse la famiglia a mandare Giacomo a studiare a Padova e sempre lui lo presentò al senatore Malipiero che divenne suo protettore per un lungo periodo della sua vita.
Nel 1727 Baffo sposò Cecilia Sagredo, suonatrice di clavicembalo, dalla quale ebbe un'unica figlia. L'unione fu voluta dai Baffo perché Giorgio era l'unico maschio rimasto; il poeta ebbe sempre una certa ritrosia verso il matrimonio. Pare che i rapporti tra marito e moglie non fossero buoni, o almeno così traspare dalle sue parole:

Pur a mi la me tocca de sta' fatta
e se la soffro e la sopporto in pase
perché digo, gramassa la xè matta.
La Mona el ciel a ella l'ha fatta
e più darmela adesso no ghe piase
e mi vago a puttane, ed ecco fatto.


Fu definito poeta osceno, trasgressivo, licenzioso e morboso, ma è palese che questo suo scrivere è una spia dei disagi sociali, umani e politici degli anni che precedettero la caduta della Serenissima, quando tutti i valori del passato vennero meno.
Stanco di ipocrisie e falsità, durante un attacco di ira diede alle fiamme tutta la raccolta dei suoi scritti. Fortunatamente erano però stati trascritti da chi lo ascoltava e sono così giunti fino a noi.

(Fonte: M.C. Bizio)

lunedì 2 luglio 2012

Profumo di barche

La nebbia entrava a bocconate golose nell'intirizzito pontile della Ca' d'Oro, dove attendevo da tempo lo spuntare d'un vaporetto per la Stazione.
Avvoltolato in lane sovrabbondanti, come si conveniva in quel novembre già rigido, un piccolo dal passeggino guardava assorto tra i banchi di nebbia transitare le gondole del traghetto di Santa Sofia, mentre una barca a motore portava il suo carico al mercato di Rialto, spandendo intorno generose zaffate di carburante.
Accanto al pontile un cacciapesca dal fondo piatto, ingombro di reti e cordami, rilasciava effluvi salmastri che parlavano di laguna aperta e barene.
Il bimbo allungò il collo tra le sciarpe e, rivolto il faccino alla ragazza che lo accompagnava (troppo giovane per essere la mamma, troppo grande per essere la sorella), esclamò: "che profumo di barche".
Intorno qualcuno sorrise compiaciuto.
Io sentii una specie di brivido e pensai: "ragazzo mio, tu sei un poeta. Non sarà facile per te".

(Dino Tonon)

lunedì 25 giugno 2012

Le tre colonne di San Marco

"Le due colonne che s'ergono alte assai in sul molo di San Marco, de le quali regge l'una l'effigie di Santo Todare co il dracone, l'altra il bronzeo lione, arebber dovuto essere tre. Noto gli è che, terminato quasi il periglioso viaggio dall'Oriente, giunse in vista del Molo, da cui festanti li veneziani s'apparecchiavano ad accoglierle, le navi che trasportavano le tre colonne consorelle, ed eran tre esse pure, furono colte da incommensurabile isbigottimento alla vista di cotanto popolo e quella d'esse ch'era di complessione più cagionevole sbandò tanto da sprofondare col carico trionfale.
Salvati li homeni de lo equipaggio, de quali nonnulla erasi in completo deliquio e galleggiava sull'acqua a mo' di cadavaro, la terza colonna non parlò neppure di trarla su, ché l'era poderosa alquanto. Pochi sanno che cosa essa avria dovuto reggere e dove la saria stata posta, e noi non siam di tra costoro. Ma sappiamo ben altro.
SI narra infatti che, guardacaso proprio all'interno di quella colonna, fussero stati celati i più audaci guerrieri dell'esercito turcomanno, acciocché nottetempo uscissero ad approntar l'offensiva di contra all'odiata Serenissima. Ma accadde che li serramenti de la porticina per la quale sarebbero usciti que' ribaldi s'arugginissero repentinamente, a cagione dell'immersione in acqua salsa, e non s'aprissero più.
Grande fu l'agitazione de li Turchi rinchiusi, già ispaventati dell'affondamento, al momento della discoverta, e li s'udì concitatamente confabulare a lungo, tanto che alcuno elucubrò si trattasse di colloqui subterranei di morti in preparazione della fine del mondo.
Come ognun sa, li Turchi aman fumare uno istrumento borbottante chiamato narghiglio, dal quale essi traggono le più complete staisfationi. Ne la gravitante cotanta del frangente, il loro comandante Mustafà Kebeli prendette parola e disse: 'Non molto tarderanno li nostri compatriotti a venirci a tra fuora da questo cottego, ovverosia trappola per pantegane, allieteremo  pertanto l'attesa co i generosi effluvi del nerghiglio'.
Ed essi stanno ancora suggendo di quel narghiglio sul fondo del Bacin de San Marco.
"

lunedì 18 giugno 2012

Cibo, vino e proverbi veneziani

"Chi varda el cartelo, no magna vedelo"
Chi guarda il cartello, non mangia vitello. Il detto si presta a diverse possibili interpretazioni, la più comune è: colui che guarda il cartello (in questo caso il menu) troppo a lungo, è solitamente persona insicura, con poca fiducia in se stessa, che esita a lungo prima di accingersi alle imprese desiderate, e nel far ciò, spesso non coglie l'occasione e si ritrova nell'impossibilità di raggiungere il risultato anelato (cioè dopo troppo lungo tentennamento, decide di ordinare al cameriere il vitello quando ormai in cucina il vitello è terminato!). Il detto quindi ci ammonisce dicendoci che colui che prende troppo tempo per decidersi ad intraprendere un'azione, alla fine non concluderà nulla.
"Strasse, ossi, de toccar bessi"
Stracci, ossa, da prendere soldi. Era questo il breve canto che per calli e campielli veneziani lanciava un vecchio venditore ambulante intorno agli anni trenta e quaranta. Un invito alle donne di casa perché uscissero alla porta e gli vendessero arnesi usati, mobili vecchi, vestiti smessi, tutta roba insomma di cui volessero disfarsi. Uno dei tanti mestieri scomparsi. Ignoriamo da dove venisse, giacché non aveva accento veneziano, forse veniva dalla campagna, forse era friulano. Peraltro è da ricordare che per i veneziani d'una volta (ma forse è un poco così ancor oggi), tutto ciò che non era Venezia, era campagna. Tutti quelli che non fossero veneziani erano campagnoli, venissero da Padova, da Udine od anche da Parigi, ad un dipresso come per gli ateniesi, tutti quelli che non erano della loro città erano semplicemente barbari.

Si sa che in laguna il pesce non è mai mancato, e qualora sia abbia l'opportunità di gustarne di appena pescato e cucina ad arte, si dice che: "xe da licarse i barboni" (è da leccarsi le dita). Sia per bontà, sia perché taluni pesci non possono esser mangiati altro che con le dita.
Poter mangiare quindi del pesce fresco e cucinato a dovere, è una cosa deliziosa e quindi "el xe un balar de Carneval", cosa piacevole, che non impegna e dona allegrezza.
Se lo si mangia al ristorante, il pesce è piuttosto costoso, ma talvolta può capitare di doverlo "pagar sora la broca", cioè di pagarlo più del suo valore. Il detto ha tratto motivo dal vino che era versato dalla brocca, "pagarlo sopra la brocca" voleva quindi dire pagare più vino di quanto ne potesse contenere la caraffa.
Per fortuna ci sono anche cibi che costano poco. Ove costassero pochissimo, si direbbe: "costar come 'na cantada de imbriago" (costare come un canto di ubriaco), cioè quasi nulla, appena quello che costa un bicchiere di vino, che alcuni bontemponi sono soliti offrire agli ubriachi per indurli a proseguire nei loro canti.
A questo proposito non sarà inutile ricordare come il vino venga bevuto a Venezia a singolo bicchiere, che un tempo corrispondeva esattamente ad un decimo di litro. Tale bicchiere viene chiamato "un'ombra de vin".
L'ombra di vino si degusta normalmente prima in un'osteria e subito dopo un un'altra e così via. Questo pellegrinaggio si chiama "andar per bacari". Sport assai praticato dai veneziani!
Non manca certo chi accompagna l'ombra di vino con cicchetti ed altri gustosi bocconi, per poi finire la serata "co i pie soto la tola" (con i piedi sotto la tavola), ricordando sempre che "quelo che no strangola, ingrassa" (quello che non strozza, ingrassa), per converso è opportuno non dimenticare che "dove sta Piero no sta Paolo" (dove sta Pietro non sta Paolo), cioè quando la pancia è piena è inutile aggiungere altro (il proverbio però si adatta a diverse situazioni).
in ogni caso si tornerà a casa esclamando: "Gnanca per ancuo no morimo de fame" (neanche oggi si muore di fame).

(Fonte: Federico Fontanella)

lunedì 11 giugno 2012

L'Arte dei pescatori a Venezia

In un luogo così strettamente connesso con l'elemento liquido, le confraternite dei pescatori sono, naturalmente, tra le prime a formarsi. I pescatori di Chioggia fondano una prima associazione di mestiere già nel 792, nell'836 è la volta dei nicolotti, raccolti intorno alla Chiesa di San Niccolò dei Mendicoli.
Il governo pratica una severa politica ambientale per la conservazione e la difesa del patrimonio ittico, e dà voce all'esperienza acquisita dai pescatori, tanto è vero che i più anziani partecipano alle sedute del Consiglio quando vengono discussi problemi relativi alla laguna.
Nel 1227 l'Arte viene divisa in pescatori e compravendipesce. I pescatori, al ritorno dal lavoro con le loro tipiche imbarcazioni lagunari come il bragozzo o la togna, confluiscono nel punto ufficialmente deputato per la vendita all'ingrosso: il palo di Rialto, dove i compravendi fanno la stima del pescato per qualità e prezzo. L'offerta viene sussurrata segretamente alla rechia (cioè, all'orecchio), e la vendita al pubblico si farà nelle due grandi pescherie di Rialto e di San Marco. La prima dove si trova tutt'oggi, la seconda nei pressi dell'edificio della Zecca.
Quello del compravendi pesce è un mestiere lucroso e ambito che viene concesso solo a chi ha compiuto almeno cinquant'anni, e dopo esser stato pescatore per almeno venti anni. Una legge del 1433 stabilisce inoltre che bisogna essere originari di Venezia e avervi domicilio.
Nelle due grandi pescherie, una magistratura apposita controlla che il pesce marcio venga buttato e che siano rispettate le misure minime per la rivendita. Trucchi vecchi e nuovi connotano i venditori disonesti che insanguinano le branchie del pesce per farlo apparire morto da poco, o lo guarniscono con troppe alghe per nasconderne la cattiva qualità. Pene molto severe colpiscono i truffatori, che qui infatti non hanno vita facile.
Durante la giornata di vendita il pesce viene mantenuto in tinozze di acqua salata.
Una volta venduto, il pesce viene conservato con diversi metodi: la carpionatura, la salamoia, la conservazione sottolio, l'essiccazione e l'affumicatura.
Fonti documentaristiche medievali registrano che nelle case "ad ogni finestra, in ogni corte, sono stese collane di pesce che insieme ai panni sbiancano al sole". Pratica, questa, utilizzata ancora fino agli inizi del Novecento. Il pesce essiccato veniva poi ammorbidito con olio e condito con erbette di laguna, sale e pepe.
Si praticava anche la salagione casalinga, in questo caso il pesce veniva poi cotto su una base di cipolla e aceto, metodo che è alla base delle ricette di pesce dette "al saor", che qualche osteria propone ancora oggi.

martedì 5 giugno 2012

Il Caffè Menegazzo e l'Accademia dei Granelleschi

L'edificio d'angolo con le Mercerie San Zulian, un tempo ospitava il Caffè di Menegazzo. Il locale era così chiamato per l'aspetto fisico del suo proprietario, Menico, uomo tarchiato e corpulento ma simpatico e ospitale. Questo luogo di ritrovo fu particolarmente famoso nel Settecento perché frequentato da noti personaggi della vita veneziana: Daniele Farsetti, Carlo Goldoni, Giacomo Casanova e L'Abate Chiari.
Nelle sale di questo caffè venne fondata l'Accademia dei Granelleschi. L'origine dell'Accademia fu piuttosto originale. Daniele Farsetti ed altri amici avevano ascoltato nel convento di S. Domenico un ridicolo sermone in onore di S.Vincenzo Ferreri, recitato da un prete, Giuseppe Sacchellari, considerato da loro non troppo sveglio né intelligente. La compagnia di amici, per burla, invitò il sacerdote a far parte dell'Accademia che essi stavano fondando e gli proposero di diventarne massimo esponente col titolo di "Arcigranellone"! Ma al di là dello scherzo nei confronti del povero parroco, Farsetti e i suoi amici decisero comunque di fondare l'Accademia in questione, che fu detta dei Granelleschi in ricordo del falso titolo di Sacchellari. Si scelse pertanto come insegna un gufo che con una zampa sollevava dei granelli.
Dell'Accademia fecero parte anche i fratelli Carlo e Gasparo Gozzi.
Narra il Molmenti che l'Accademia "aveva sotto la celia il nobile intento di guarire l'enfasi oratoria che guastava l'arte e il pensiero, e di opporsi al crescente imbarbarimento della lingua, sebbene con affettata imitazione degli antichi scrittori toscani fosse ben lontana dal conseguirne l'intento".
La bottega di Menegazzo continuò la sua attività anche nell'Ottocento, ma priva ormai della sua funzione di caffè letterario; cambio infine nome in "Trovatore", come ci ricorda il Cicogna nei suoi "Diarii" in data 21 luglio 1861.

venerdì 1 giugno 2012

"...chi non va a Venezia è uno stupido! la vita qui costa cosi poco. Il vitto e l'alloggio per una settimana costano 18 franchi a persona, vale a dire 6 rubli, e per un mese 25 rubli: un gondoliere prende un franco all'ora, cioè 30 copechi. Nei musei, all'Accademia e negli altri, si entra gratis. E' dieci volte più conveniente della Crimea, e la Crimea rispetto Venezia è come una seppia vicino a una balena."

(A.P. Cechov, Venezia, aprile 1891)

martedì 29 maggio 2012

Mercerie: le botteghe di Venezia

Le Mercerie a Venezia occupano quell'area strategicamente posta tra il centro politico-religioso di San Marco e quello commerciale-mercantile di Rialto. Per la loro importanza, già nel Duecento erano pavimentate in cotto.
Lungo le Mercerie di San Salvador avevano bottega i principali editori musicali e liutai:  i Gardano all'insegna "del Leone e dell'Orso", il liutaio Sigismondo Mahler, i Tieffenbrucker all'insegna "dell'Aquila nera", Francesco Bonafin, costruttore di clavicembali, Giorgio Sellas all'insegna "alla Stella" famoso per le sue chitarre, Luigi Hoffer costruttore di fortepiani.
La vita lungo le Mercerie fu sempre molto attiva: su di esse affacciavano numerosi negozi e costantemente si svolgeva un andirivieni di prodotti d'ogni tipo, da cui il detto "far marsaria" per indicare un trasloco.
La Merceria San Salvador prende il nome dall'omonima chiesa posta all'inizio della strada, verso il Canal Grande, la cui facciata principale volge verso il campo, mentre l'ingresso laterale si trova lungo la calle, tramite un sotoportego che attraversa il blocco edilizio di proprietà del Capitolo della Chiesa. Questo giustifica l'altezza delle case in questa zona: più erano numerosi gli appartamenti e maggiori erano le entrate per il clero! Gli stessi monaci di San Salvador scrissero nel 1507: "da queste case trazemo non mediocre utilità".
Poco più avanti prospetta la Calle degli Stagneri. Gli stagneri erano artigiani che lavoravano lo stagno con una tale abilità da farlo sembrare argento. Nacque il detto "xè passà per la cale degli stagneri", usato quando si dubitava dell'autenticità di un oggetto prezioso.
Lungo le Mercerie del Capitello si trova invece la Calle de le Balote. Qui esisteva la fabbrica delle speciali palline destinate alle votazioni delle magistrature veneziane e alla elezione del doge. Inizialmente fabbricate in cera e poi in tela di lino pressata, queste "balote" sono all'origine del termine "ballottaggio" usato ancora oggi per le votazioni.

lunedì 21 maggio 2012

La chiesa di Santa Giustina a Venezia

La chiesa di Santa Giustina sarebbe stata fondata da San Magno (Altino, 580-670), ma come al solito la storia posticipa la fondazione all'anno 1106, data della prima documentazione riguardante l'edificio. Fu consacrata nel 1207 ed assegnata prima ai monaci di Santa Brigida e poi alle monache agostiniane di S. Maria degli Angeli di Murano. La chiesa fu completamente rifatta nel 1500, e subì ulteriori rimaneggiamenti nel 1600.
Nei documenti dell'epoca si ricorda un tabernacolo dell'altare maggiore "di marmo fino in due ordini di colonne corinzie e composite con nicchi di agate e corniole, il tutto in fondo di lapislazzuli".
Vi era custodito inoltre un sasso con l'impronta delle ginocchia di S. Giustina, genuflessa su di esso in preghiera.
L'interno della chiesa era ricco di opere di diversi artisti, tra cui Palma il Giovane, Marco Vecellio e Liberi. Durante le soppressioni napoleoniche la chiesa venne completamente spogliata. Nel 1844 la chiesa perse il coronamento curvilineo superiore (vedi immagine), quando fu trasformata in scuola militare.
Un tempo la chiesa di Santa Giustina era visitata solennemente dal doge il 7 di ottobre, data della vittoria navale di Lepanto avvenuta nel 1571.
Oggi è sede del Liceo Scientifico titolato a Giambattista Benedetti, matematico veneziano morto nel 1590. Fu allievo di Nicolò Tartaglia e a soli 23 anni pubblicò un'opera dove insegnava a risolvere tutti i problemi geometrici per mezzo di un compasso ad apertura fissa. Nell'opera sua più di rilievo "Il libro di diverse speculazioni fisiche e matematiche", espose la teoria della caduta dei gravi che ebbe influenza anche su Galileo Galilei.

domenica 13 maggio 2012

Il Teatro della Cavallerizza

Dietro le absidi delle Chiesa di San Zanipolo si estende la Calle Torelli detta della Cavallerizza.
Nel 1640 in questo spazio fu costruito un teatro tutto in legno su disegno di Jacopo Torelli, autore anche delle macchine sceniche. Il teatro fu inaugurato per il Carnevale del 1641 con "La finta pazza" di Giulio Strozzi, su musica di Francesco Sacrati, rappresentata ben dodici volte in sole diciassette sere; seguirono, tra le altre, il "Bellerofonte" di Sacrati e la "Deidamia" di Francesco Cavalli.
Nonostante il successo il teatro fu demolito nel 1647 e al suo posto fu costruito un maneggio, chiamato "La Cavallerizza". Cristoforo Ivanovich, un canonico che visse a Venezia a fine Seicento, ce ne ha lasciato un'interessante descrizione: "In essa c'erano più di settanta cavalli, un maestro per insegnare a cavalcare, stipendiato dai notabili responsabili e inoltre si allestivano balletti equestri, giostre e spettacoli musicali".
Agli inizi del Settecento, ogni giovedì, erano eseguiti i "Salmi" di Benedetto Marcello, che duravano più di quattro ore e lo stesso autore accompagnava i cantanti al clavicembalo.
Per i numerosi spettacoli ivi allestiti, la Cavallerizza era considerata alla stregua di un teatro, operativo fino al 1735, quando fu chiuso e trasformato in saponificio. Il teatro fu poi riaperto nel 1750 e rimase attivo fino alla caduta della Repubblica.
In fondo alla Cavallerizza c'era la Calle della Gorna, oggi inglobata nella struttura dell'Ospedale Civile, un tempo direttamente collegata alle Fondamenta Nuove. In questa calle si trovava l'appartamento occupato da Giacomo Casanova dal marzo al 25 luglio 1755, giorno del suo arresto. L'immobile apparteneva ad una vedova con due figlie e la maggiore di esse, diciottenne, era in cura da lungo tempo dal medico Righellini per una strana forma di apatia accompagnata da gran debolezza. Il medico, parlando con Casanova, suggerì che la vera medicina per guarirla sarebba stata un buon amatore... e Giacomo la guarì perfettamente!

sabato 5 maggio 2012

I funerali dogali

I primi funerali dei dogi si svolgevano senza grande pompa, ma col tempo la cerimonia divenne sempre più complessa e solenne.
Quando un doge moriva, l'addetto alle cerimonie comunicava la notizia al Collegio e il più anziano dei Consiglieri rispondeva: "Con molto dispiacere avemo sentido la morte del Serenissimo Principe di tanta bontà e pietà. Però ne faremo un altro".
Poi la morte veniva annunciata a tutta la cittadinanza dal suono a doppio per nove volte delle campane di San Marco e delle altre chiese della città. Da quel momento erano sospese tutte le attività delle magistrature ad eccezione dei Signori della Notte, e nelle chiese si celebravano messe a suffragio per tre giorni.
Il doge, subito dopo la morte, veniva imbalsamato e avvolto nel mantello d'oro, col corno ducale in testa, gli speroni calzati alla rovescia e lo stocco del comando a lato, con l'impugnatura verso i piedi; poi veniva esposto in una sala del suo appartamento in Palazzo Ducale, sopra una tavola coperta da tappeti e la sera successiva era trasferito sopra un cataletto, da marinai scelti, nella Sala del Piovego. Passati tre giorni dalla morte, si svolgevano i funerali, verso sera.
Il corteo, formato da migliaia di persone, entrava in Palazzo Ducale, attraversava la Sala del Piovego e usciva in Piazza San Marco. In testa sfilavano le Scuole piccole, seguite dalle Scuole grandi, gli ordini monastici e religiosi, il clero secolare, i chierici e i capitoli di San Pietro in Castello e di San Marco.
Sopra il cataletto, portato da ufficiali della Marina, si alzava un baldacchino di velluto color cremisi con ricami d'oro, sorretto da quattro confratelli della Scuola alla quale apparteneva il doge. Il cataletto era seguito dai parenti del doge che sfilavano vestiti completamente di nero, avvolti in lunghi mantelli con cappuccio, mentre le varie magistrature vestivano di rosso, a significare che il lutto era privato e la Serenissima eterna.
Il lungo corteo, concluso dai bambini dei quattro Ospedali cittadini, entrava in Piazza al suono delle campane di San Marco, girava intorno al pozzo posto davanti alla chiesa di San Giminiano (oggi non più esistente) e quando il cataletto giungeva davanti alla Basilica, le campane smettevano di suonare e i marinai, in segno di lutto, lo alzavano nove volte gridando, nel silenzio generale, "misericordia".
Dopo quel gesto, chiamato salto del morto, le campane riprendevano a suonare e il corteo imboccava le Mercerie per poi dirigersi verso S.S. Giovanni e Paolo. Lungo tutto il percorso le finestre delle case erano abbellite da tappeti ed arazzi e i soldati dalmati facevano doppio cordone da Piazza San Marco al Campo S.S. Giovanni e Paolo.
Arrivati all'interno della Chiesa, la bara veniva posta sopra un alto catafalco; attorno si disponevano i soldati e i marinai, mentre i parenti sedevano nel coro. Terminata l'orazione funebre, tutti si allontanavano in barca, mentre il Patriarca dava l'assoluzione alla salma.
Alla cerimonia dentro la chiesa c'era poca affluenza di pubblico, forse a causa di una strana profezia: la Chiesa sarebbe crollata in un giorno solenne!

lunedì 23 aprile 2012

Domenico Michiel, uno dei più grandi dogi di Venezia

Sulla facciata della Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo (S.Zanipolo per i veneziani), si trovano alcune urne funerarie. La prima a destra del portale è di Marco Michiel, fondatore della chiesa domenicana di San Pietro Martire a Murano, riconoscibile per la presenza dello stemma di famiglia: uno scudo con ventun piccoli cerchi.
I Michiel erano tra le dodici più antiche famiglie di Venezia, il capostipite era Angelo Frangipane, senatore romano, venuto a Venezia con altri due fratelli. Venne soprannominato “el Michiel” per la forza e la bontà, paragonate a quelle dell’arcangelo Michele. Lo stemma venne modificato così come lo vediamo sulla tomba di Marco Michiel, da Domenico Michiel, uno dei più grandi dogi di Venezia.
Nell'aprile del 1123 egli partì con una flotta di ben 40 galere in soccorso di Baldovino II re di Gerusalemme, prigioniero dei saraceni. La flotta veneziana, giunta in prossimità del porto di Ascalona fu circondata dalla flotta egiziana accorsa a difesa del sultanato di Tiro; i veneziani riuscirono però a vincere. L'azione continuò quindi, muovendo assedio alla stessa Tiro che fu presa dopo cinque mesi. I crociati accolsero il doge da trionfatore e gli offersero il regno di Gerusalemme, disperando di poter liberare Baldovino II. Ma gli interessi dogali erano rivolti a Bisanzio che aveva nel frattempo disatteso gli editti e la "Bolla d'oro", consentendo ai pisani di avere un quartiere e liberi scambi in Costantinopoli. Stante la situazione Domenico Michiel volse la flotta verso i territori sotto l'ègida di Bisanzio e del suo Imperatore Calojanni. Attaccò e saccheggiò successivamente le isole di Rodi, Samo, Chio, Lesbo, Andros, Cefalonia e la citta di Modone. In Adriatico, attaccò l'Ungheria di Stefano II e riconquistò le città dalmate di Traù e Spalato nel maggio del 1125. Nello stesso mese Baldovino II fu liberato e concesse al doge i privilegi già concordati con il regno di Gerusalemme. L'imperatore di Bisanzio, messo alle strette, chiese la pace e nel 1126 emise una nuova "Bolla d'oro" nella quale si riaffermavano i privilegi di Venezia a Costantinopoli e nei territori imperiali.
Il ritorno del doge fu un trionfo. Fu in quella occasione che Domenico Michiel fece modificare lo stemma di famiglia (prima era uno scudo argentato con tre fasce azzurre) con i piccoli cerchi che rappresentano le monete fatte coniare a memoria della sua impresa.
Sempre in quella circostanza è rimasto famoso il gesto del Doge Michiel di spogliare le galee veneziane degli armamenti necessari alla navigazione per rassicurare i crociati che temevano di essere abbandonati dalla flotta veneziana in caso di sconfitta.

venerdì 20 aprile 2012

“Se tu leggi molto, nulla è mai cosi grande come lo avevi immaginato. Venezia sì. Venezia è meglio”

(Fran Lebowitz)

lunedì 16 aprile 2012

Candele a Venezia

A due passi dall'Oratorio dei Crociferi si trova la piccola Corte delle Candele, con una vera da pozzo trecentesca in marmo rosa di Verona, dove compare lo stemma della famiglia Zen, il cui palazzo si affaccia sul vicino rio di Santa Caterina.
Qui infatti esisteva una fabbrica di candele, molto usate dai veneziani, in particolare per le funzioni religiose, ma anche esportate all'estero. Gli artigiani veneziani importavano la cera vergine dall'Oriente e dalla Moldavia. Grazie al clima la si poteva lavorare senza che la polvere la rovinasse. Tra il 1400 e il 1500 si contavano ventiquattro fabbriche in città, ma nel Seicento la produzione cominciò a diminuire e nel Settecento fu vera crisi a causa della grande cereria di Trieste, fornita di grossi capitali ed esente da dazi.
Come ricorda il Tassini, era famoso a Venezia, nel Settecento, un certo Gian Battista Talamini, proprietario di una spezieria a Rialto all'insegna "della Fonte", il quale, precorrendo i tempi, riuscì per primo a colorare e lavorare la cera, dandole le forme più varie: piante, fiori, frutta, animali e rendendola tanto dura che sottoforma di tazze, bicchieri e vasi poteva reggere qualsiasi liquido.
La cera veniva anche usata per realizzare maschere mortuarie o veri e propri ritratti di persone a grandezza naturale. A tal riguardo è in corso a Venezia una mostra titolata "Avere una bella cera" presso Palazzo Fortuny.

sabato 14 aprile 2012

"A Venezia la maggior parte della vita la si trascorre in attesa di cose che possono o non possono accadere, e questo viene accettato come una parte necessaria del tempo. Nessun veneziano ha il senso del tempo: non è mai preciso, arriva tardi agli appuntamenti o compare con interi giorni di ritardo senza il minimo imbarazzo. Si aspettano ore, giorni, settimane, persino mesi per la cosa più banale, o anche la più importante, e così si va avanti senza alcuna preoccupazione..."

(Peggy Guggenheim)

giovedì 12 aprile 2012

Ponte della Donna Onesta

Nel sestier di San Polo, nel muro sopra al civico 2935 si trova un altorilievo raffigurante un volto femminile, chiamato "Donna Onesta", termine traslato al vicino ponte.
La tradizione vuole che la denominazione di tale ponte risalga a questo episodio: un giorno due  uomini passando per questo ponte, altercavano tra loro sull'onestà delle donne, al che uno dei due, alquanto incredulo in tale materia, dicesse al suo compagno: "Sai tu qual è l'unica onesta tra tante? Quella là che tu vedi!" e in ciò dire gli additò la piccola testa di dama, scolpita in pietra che tuttora si vede innestata nel muro sopra la casa vicino al ponte.
Secondo un'altra versione, il nome deriva semplicemente dal nome di una famiglia del quartiere, o addirittura dal fatto che in zona viveva una meretrice dalle tariffe ragionevoli e dunque "onesta"!

giovedì 5 aprile 2012

Scuola d'Arte dei Botteri a Venezia

La Corporazione dei fabbricatori di botti a Venezia si costituì nel 1271 e non conobbe mai periodi di crisi, in quanto tutti i liquidi erano trasportati e conservati nelle botti.
Le botti si costruivano posizionando le doghe all'interno di un cerchio guida, posto a metà altezza; finita la struttura di base si poneva all'interno uno scaldino per curvare più facilmente il legno. Poi si realizzavano i fondi e ogni maestro doveva porre il proprio marchio sul cocchiume (foro con tappo posto sulla doga di massimo diametro) della botte. Ogni maestro non poteva possedere più di 1500 doghe.
Le doghe in rovere, fin dal 1278, dovevano essere acquistate esclusivamente sulle rive tra il Ponte di Rialto e il traghetto di Santa Sofia, mentre quelle di abete si acquistavano in Barbaria delle Tole e a San Basilio; le botti invece erano vendute a Rialto e a San Marco nel giorno di sabato.
Era proibito lavorare di notte e tenere il legname vicino ai camini per timore degli incendi. Per far parte dell'arte era richiesta l'età minima di 17 anni, e per diventare Gastaldo almeno 35. Il Gastaldo, massimo responsabile della Confraternita, non poteva assentarsi da Venezia per più di 15 giorni consecutivi, pena la perdita della carica e di un anno di paga, inoltre doveva provvedere alla riparazione di tutte le botti di Palazzo Ducale gratuitamente; il doge in cambio forniva il cibo e i cerchi per le botti.

venerdì 30 marzo 2012

Pier Fortunato Calvi, patriota veneziano

Pier Fortunato Calvi, nato a Briana di Noale nel 1817, fu impiccato a Belfiore nel 1855 per aver organizzato un'insurrezione contro gli austriaci.
Aveva iniziato la sua carriera come ufficiale dell'esercito austriaco, dal quale si dismise nel 1848 assumendo il comando delle truppe insorte contro l'Austria in Cadore; nonostante gli sforzi i cadorini furono costretti a cedere e Calvi si rifugiò a Venezia, dove il governo neo-repubblicano (istituito da Daniele Manin e Nicolò Tommaseo) gli affidò il comando della legione dei "Cacciatori delle Alpi". Il Calvi si coprì di gloria a Venas e a Oltrechiusa, dove combatté contro duemila Austriaci, e poi ancora nei pressi di Longarone; sconfisse i nemici a Rovalgo, al Boite, in Val di Rendimera. Ma la mancanza di armi, di munizioni e di viveri lo costrinse ad abbandonare il Cadore, e il Calvi, con la generosità consueta, corse a difendere Venezia. Caduta la città nel 1849, andò in esilio in Grecia e, successivamente, in Piemonte (dove entrò in contatto con Mazzini) e in Lombardia, dove venne arrestato dalla polizia austriaca.
La fierezza e la gentilezza di Calvi rimasero leggendarie: al giudice che gli lesse la sentenza di morte offrì un sigaro e al boia che lo voleva aiutare a salire i gradini del patibolo disse: "Grazie, le mie gambe non tremano".
Una lapide in Campo dei Gesuiti è a lui dedicata.

lunedì 19 marzo 2012

L'avventura della seta a Venezia

In Campo dei Gesuiti, al civico 4877, aveva sede la Scuola dei tessitori di panni di seta, i cui santi patroni erano la Vergine Annunciata e San Cristoforo.
E' difficile stabilire in quale data ebbe inizio l'arte serica a Venezia, Una leggenda narra che durante il dogado di Vitale Falier (1084-1096), l'Imperatore Enrico IV fu in visita a Venezia e tra i suoi accompagnatori c'era un certo Antinope, un sarto greco che aveva confezionato il mantello dell'Imperatore. Il manufatto era di rara bellezza e fu apprezzato anche dal doge stesso. Durante il suo soggiorno a Venezia, Enrico IV si infatuò di una dama veneziana, Polissina Michiel, alla quale fece dono di un mantello simile al suo. E così la seta fu conosciuta in città.
Al di là della leggenda, si sa che in realtà tale tessuto era già noto, ma non si lavorava a Venezia. Sicuramente l'arte serica fu introdotta nella Serenissima dopo la conquista di Costantinopoli (1204) e la Corporazione dei samiteri ebbe il primo statuto nel 1265. Il nome samiteri deriva da sciamitum, il tessuto di seta più pregiato e diffuso nel Duecento. Il lavoro si svolgeva sotto forma d'artigianato domestico, ma la merce prodotta non poteva essere venduta direttamente al cliente, doveva invece essere ceduta prima ad un mercante.
Per ogni tipo di tessuto serico era fissata la dimensione delle pezze, il tono e l'intensità del colore che doveva essere costante per tutta la pezza, e i tessuti ritenuti difettosi erano bruciati sul Ponte di Rialto.
Il setificio veneziano ebbe un notevole impulso con l'arrivo dei maestri lucchesi. Lucca era il centro più fiorente di drappi di seta, con ben tremila telai, ma il saccheggio della città nel 1314 per opera dei Ghibellini, costrinse alla fuga molti artigiani, i quali trovarono rifugio a Venezia. portando con sé oltre alla cultura serica anche l'arte del velluto.
La produzione tessile a Venezia raggiunse il suo apice nel 1400, con ben quattromila telai. I lavori erano raffinati e ricercati, con disegni a volte realizzati da grandi artisti locali, come Jacopo Bellini.

giovedì 15 marzo 2012

Grata a Venere

Aperto il cor vi mostrerò nel petto,
allor che 'l vostro non mi celerete
e sarà di piacervi il mio diletto.

E s'a Febo sì grata mi tenete
per lo compor, ne l'opere amorose
grata a Venere più mi troverete.

Così dolce e gustevole divento
quando mi trovo con persona in letto
da cui amata e gradita mi sento.

Che quel mio piacer vince ogni diletto,
si che quel che strettissimo parea,
nodo dell'altrui amor divien più stretto.

Ma, s'havete di favole desio
mentre anderete voi favoleggiando,
favoloso sarà l'accento mio.

E di favole stanco, e satio, quando
l'amor mi mostrerete con effetto,
non men del mio vi andrò certificando.

(Veronica Franco, cortigiana di Venezia)

lunedì 12 marzo 2012

Modi di dire veneziani legati all'abbigliamento

Esistono diversi modi di dire tipici veneziani legati all'abbigliamento, vediamone alcuni:
- "Xè un altro per de maneghe" = quando l'oggetto in questione è lo stesso ma sembra nuovo, Nacque nel Settecento quando le possibilità economiche non permettevano di cambiare troppo spesso l'abito e così si modificavano solo le maniche: l'abito era sempre lo stesso ma sembrava nuovo!
- "La par la poereta del sabo" = quando una persona veste male. Ebbe origine dalla consuetudine dei mendicanti che chiedevano l'elemosina il sabato vicino alle chiese e, per impietosire la gente, vestivano di stracci.
- "De meza vigogna" = di poco pregio. La vigogna era un tessuto pregiato, così chiamato dall'animale che vive nelle Ande e dal quale si ricava una lana di alta qualità. Ma se si mescola questa lana con quella di pecora si ottiene un tessuto mediocre.
- "Tagiar tabarri" = spettegolare. Il tabarro era il mantello indossato dalle classi abbienti nel Settecento che i meno ricchi tagliavano da dietro, senza che il proprietario se n'accorgesse, per poi prenderlo il giro e denigrarlo, giacché malgrado la sua apparente ricchezza usava un abito a brandelli.
- "A giugno cavite 'l codegugno, ma no stalo impegnar parché no ti sa in lugio cosa che te pol capitar", è un invito a tenere sempre a portata di mano la vestaglia da casa (codegugno) perché il clima può sempre cambiare all'improvviso.
- "Guantiera" = nome dato al vassoio. Il termine deriva dall'abitudine d'offrire agli ospiti, durante le feste settecentesche, dei guanti bianchi distribuiti su vassoi d'argento.

(Fonte: M.C. Bizio)

giovedì 8 marzo 2012

Fasioi sofegai

El xe uno de i più carateristici piati de la nostra cusina veneta.
Far un pesto fin co: seano, carota, segola, parsemolo. Far inrosolir ste robe in t'un poco de ogio, po unirghe la sola salsa de pomidoro (ossia nò slongada co brodo), ma che la sia de quela fata in casa, me racomando! Lassar che sta salsa le se missia ben co'l desfrito, e po zontarghe, poco par volta, un goto de acqua (de più se ocore), tanto da aver un toceto che no'l sia massa fisso. Lassar che sto tocio el se cusina ancora par qualche momento, po zontarghe i fasioi zà lessai, lassando che i se insaorissa per na meza ora, a fogo tanto basso.
De solito, i fasioi sofegai se li serve come contorno de'l museto o de luganeghe roste.

(Fonte: Mariù Salvatori de Zuliani)

martedì 6 marzo 2012

Palazzo Tiepolo e l'impresa audace di Sansovino

All'angolo tra Rio Noale e Rio San Felice si nota un giardino murato. Anticamente quell'area era occupata da un palazzo di proprietà di Alvise Tiepolo, Procuratore di San Marco.
Francesco Sansovino, nel suo libro Venetia, città nobilissima et singolare, descritta in XII libri, racconta dell'impresa audace del padre Jacopo: "... consumato dal tempo, il palazzo fu con artifitio non più per avanti udito, rifondato di sotto, mentre chi si abitava di sopra, senza moto alcuno e con meraviglia della città; poi che stando la fabbrica in piedi, e sostenendola in aria, si possono gettar nuove fondamenta senza disconcio degli abitanti, e ciò fu ritrovato dal Sansovino". Possiamo a stento immaginare lo stupore dei veneziani nel vedere simile opera!
Giustiniano Martinioni ricorda che nella seconda metà del Seicento in questo palazzo abitava il senatore Marino Tiepolo. In un'incisione di Domenico Lovisa (1720) si evidenzia come l'intervento del Sansovino si fosse limitato ai piani inferiori che presentavano linee cinquecentesche a differenza del piano superiore gotico.
Il Palazzo Tiepolo venne distrutto a fine Settecento.

giovedì 1 marzo 2012

Corte dei Muti

In Corte dei Muti (famiglia di origine lombarda), a pochi passi da Campo dei Mori, al numero civico 3450 si trova una pietra da camino seicentesca in pietra di Nanto. Le pietre da camino sono pietre refrattarie poste, un tempo, all'interno dei caminetti dei palazzi cittadini, usate per evitare che il calore si disperdesse all'esterno. Quando i caminetti non furono più utilizzati, queste pietre vennero utilizzate come particolari decorativi delle facciate delle case.
D'altra parte a Venezia era prassi comune riutilizzare parti edili per via della difficoltà di recuperare materiale da costruzione.

Subito al di là del vicino rio, si nota uno scudo della famiglia Rizzo, il cui simbolo (come spesso accadeva nella scelta araldica veneziana) è il riccio, che ne ricorda il nome.
Il riccio è un animale dai molti significati simbolici: quando è in pericolo si appallottola su se stesso, un atteggiamento quindi di difesa e non d'attacco; inoltre è sinonimo di intelligenza, poiché quando costruisce la sua tana la crea sempre con due ingressi, così se uno è minacciato può usare l'altro; infine si dice che faccia cadere gli acini d'uva per può infilarli sugli aculei e portarli ai cuccioli, un esempio insomma di genitore premuroso. Anticamente la sua carne era usata come farmaco contro la calvizie, forse perché gli aculei hanno l'aspetto di capelli fortissimi!

(Foto di Fausto Maroder)

domenica 26 febbraio 2012

"No ghe xe mediçine par i sempioldi"

(Non ci sono medicine per gli schiocchi)

martedì 21 febbraio 2012

Palazzo Foscarini Giovanelli

Accanto all'antica sede della Scuola dei Tiraoro e Battioro (a San Stae), scorre il rio Mocenigo, e al di là del rio sorge il Palazzo Foscarini Giovanelli, affacciato sul Canal Grande.
L'edificio venne realizzato a metà del Cinquecento per volere dalla famiglia Coccina, commercianti in gioielli. Nel 1581 fu venduto a Luca Antonio Giunta, di origini fiorentine, la cui famiglia esercitava l'arte della stampa a Venezia dal 1482. Nel 1625 Lucrezia e Bianca Giunta sposarono i fratelli Nicolò e Renier Foscarini. Da allora il palazzo fu abitato da quel ramo della  famiglia Foscarini, fino al 1755, quando il palazzo venne affittato ala famiglia Giovanelli, di origine bergamasca.
Nel 1771 i Giovanelli vi ospitarono Leopold Mozart e suo figlio Wolfgang in visita in città. In questa splendida dimora abitò anche il re di Danimarca, Federico Cristiano IV.
Il palazzo aveva le pareti della corte interna affrescate dallo Zelotti con rappresentazioni di figure nude e di suonatori affacciati a finte finestre intervallate da finestre vere.
La famiglia Foscarini è presente nei documenti veneziani fin dal XII secolo ed era originaria di Altino. Uno dei suoi membri più interessanti fu Marco, nato nel 1696. Uomo di vasta cultura, studiò all'Accademia di Bologna e quando tornò a Venezia si dedicò alla raccolta di volumi preziosi, anche ricorrendo a volte ad astuti sotterfugi pur di ottenere rari manoscritti.
La sua biblioteca divenne col tempo una delle più ricche in città, non solo per i numerosi volumi, ma anche per la ricercatezza ed eleganza della rilegatura, tutti i testi infatti erano rilegati in cuoio rosso con lo stemma dei Foscarini.
Purtroppo nell'Ottocento la biblioteca fu dispersa assieme alle fortune della casata. Lo stato austriaco s'appropriò di ben 497 codici, inviati alla Biblioteca Imperiale di Vienna, mentre i libri stampati furono venduti alla spicciolata.
Marco Foscarini, oltre a raccogliere libri e manoscritti, si dilettava con lo studio della poesia latina e italiana, egli stesso scrisse componimenti poetici. Quando Marco raggiunse l'età prestabilita, entrò nella carriera politica, raggiungendo i più alti vertici. Nel 1762 venne eletto doge, ma il suo dogado fu breve: egli infatti, appena eletto, si sentì male e la sua salute continuò a peggiorare.  Al suo letto furono convocati nove medici e quattro chirurghi che lo sottoposero alle cure più assurde: fu salassato cinque volte, gli furono imposti quaranta clisteri, innumerevoli frizioni e medicine per bocca, gli vennero estratti i calcoli alla vescica e asportate emorroidi, tutti interventi che gli procurarono febbri altissime, capogiri, dolori, difficoltà respiratorie e ovviamente... la morte!

venerdì 17 febbraio 2012

Venezia nel 1500 a volo d'uccello

Nel 1500 Jacopo de' Barbari disegnò e incise quel capolavoro che ancora oggi non finisce di stupire: la pianta di Venezia a volo d'uccello. L'impressionante precisione tecnica e prospettica la rese fin da subito, e per i secoli a seguire, un punto di riferimento sicuro per storici, architetti, studiosi o semplici curiosi della storia di Venezia.
Come per diversi artisti rinascimentali, la vita del de’ Barbari è praticamente sconosciuta: si suppone sia nato intorno al 1440 a Venezia, ma non è mai stato trovato un certificato di nascita, così come è incerta la data di morte (forse il 1515). Anche l'attribuzione di alcune sue opere risulta difficile per via dell'insolita abitudine di firmarle con il simbolo del pianeta Mercurio. In ogni caso il de' Barbari era già piuttosto celebre prima della fine del Quattrocento, grazie ad alcune opere eseguite per l’imperatore Massimiliano d’Asburgo.
I suoi lavori ricevettero apprezzamenti anche da illustri colleghi come Albrecht Durer (1471-1528), cui si devono alcune annotazioni interessanti sulla vita dell’elusivo artista. Allievo di Alvise Vivarini, Barbari si dimostrò estremamente ricettivo verso la tradizione figurativa nord-europea, riadattandola con felici intuizioni alle proprie radici italiane.
Oltre alla pittura in senso stretto il de' Barbari praticò anche l’intaglio del legno e l’incisione a stampa. Tra i lavori di questo breve periodo, vanno sicuramente ricordati la meravigliosa mappa aerea di Venezia, realizzata con stupefacente precisione millimetrica, ed uno splendido bozzetto di Cleopatra, conservato al British Museum di Londra.
Purtroppo il de' Barbari è oggi quasi dimenticato in Italia, nonostante la presenza di diverse opere custodite a Venezia e alla Biblioteca Ambrosiana di Milano. Gode invece di notevole popolarità in Inghilterra come testimoniato dai grandi apprezzamenti ricevuti per l’esposizione di alcuni suoi pezzi al British Museum, nell’ambito della grande mostra dedicata ai disegni rinascimentali, tra cui spiccava una spettacolare stampa della veduta di Venezia realizzata con sei blocchi di legno di grandi dimensioni su sei fogli di carta che sono stati poi uniti per coprire una superficie di quasi quattro metri quadrati!
La stampa del British Museum è una delle undici originali sopravvissute dalla prima xilografia del 1500 (i blocchi di legno originali sono al Museo Correr di Venezia). L'editore della stampa fu Anton Kolb, un mercante tedesco di Norimberga, che risiedeva a Venezia. Le dimensioni della sua xilografia erano assolutamente senza precedenti. A Kolb venne concesso il diritto d'autore sul design da parte del governo della Serenissima, e venne autorizzato a vendere le stampe al prezzo, allora molto elevato, di tre ducati.

martedì 14 febbraio 2012

La Chiesa di San Marcuola

La Chiesa di San Marcuola fu costruita tra il IX e il X secolo, nell'area anticamente denominata "Luprio", ed era titolata ai Santi Ermagora e Fortunato. Verso la seconda metà del Duecento, l'edificio religioso venne completamente distrutto da un incendio, e immediatamente ricostruito grazie all'intervento di alcune famiglie della zona, tra cui la famiglia Memmo.
Dalla pianta cinquecentesca del De Barbari si vede come la chiesa fosse in stile gotico, con il lato destro parallelo al Canal Grande, il lato sinistro prospettante sulla Fondamenta lungo il Rio della chiesa (oggi interrato), mentre la facciata dominava il Campiello, tuttora esistente, che fungeva da sagrato e dove sorgeva l'alta mole del campanile d'impostazione romanica con una cuspide ottagonale. Di esso rimane solo la base tra la chiesa e il vicino palazzo Memmo.
A fine Seicento l'architetto Antonio Gaspari presentò dei progetti per il rinnovo della chiesa, ma i lavori furono molto lenti e quando nel 1730 Gaspari morì, il nuovo edificio era appena abbozzato. L'opera fu continuata da Giorgio Massari, che completò l'edificio nel 1736, anche grazie al contributo statale generato dalla percentuale destinata alle opere pubbliche ricavata dalle entrate del gioco del lotto.
Solo la facciata sul Canal Grande risulta incompleta, come dimostrano i quattro plinti privi delle colonne corinzie previste e la grande superficie a mattoni con le scanalature e i fori che servivano per sostenere il rivestimento in pietra d'Istria. Interessante notare che la facciata in questione, seppur appaia come la facciata principale, risulta essere in realtà la facciata laterale, in quanto il corpo dell'edificio ha mantenuto l'orientamento originario, per cui entrando da quel lato l'altare principale si trova sulla destra. Questo perché, a differenza di quanto accadeva alle origini della storia veneziana, dal Cinquecento in poi si tende a considerare più importante l'affaccio sul Canal Grande, per aumentarne il prestigio.
L'interno della chiesa merita una visita non solo per le numerose opere pittoriche, tra cui due tele del Tintoretto, ma anche perché ospita la tomba di Johann Adolf Hasse e di sua moglie, la cantante Faustina Bordoni, allieva di Benedetto Marcello, della quale si può ammirare la bellezza in un quadro di Rosalba Carriera conservato a Ca' Rezzonico.
J.A.Hasse, compositore tedesco, divenne Maestro di Cappella agli Incurabili di Venezia nel 1727, contribuendo a scrivere pagine importanti della storia della musica a Venezia. Abitava proprio in Campo San Marcuola, dove morì il 16 dicembre 1783, forse per il dolore della morte della moglie Faustina avvenuta nel 1781.

(Fonte: M.C. Bizio)